sabato 9 aprile 2011

marrakech


è il tramonto, il cielo è riempito dai voli pindarici di piccoli volatili neri, simili ai protagonisti di un'antica stampa stilizzata giapponese. la città stessa, i muri, le strade, ogni mattone di argilla, emettono una tenue luce rossastra, riflesso dell'invadenza dell'arancione del sole che si insinua fra il blu del cielo.

la prima magica voce di un muezzin si alza da est, da uno degli innumerevoli minareti sparsi per marrakech. è profonda, forte, penetrante. tutto si calma, dentro e fuori di noi. è un momento estraneo a qualsiasi esperienza, ci si raccoglie, è mistico. la preghiera echeggia ora fra una moschea e l'altra, si propaga in una rete immaginaria tessuta sopra la città. le trombe cacofoniche sprigionano la potenza dei canti religiosi, sono minuti intensi.

lentamente volgo lo sguardo verso la cancellata che si staglia sul cielo. questo canto, questa preghiera, così viscerale, pervade tutto. si insinua anche dove non la si vuole, racchiude tutto, ti imprigiona.

è la potenza dell'Islam, fiero, radicato, millenario, dagli incredibili apici culturali e spirituali. invasivo, prepotente, che non ammette altro che se stesso.

è la doppia natura di questa cultura, il canto dei muezzin è al contempo un dono che ti arricchisce, che scandisce il tempo e la giornata, che affonda la vita della gente in profonde radici storiche, ma è anche imposto, non curante della libertà degli individui, è una gabbia.

nel momento stesso in cui il canto si disperde il sole tramonta definitivamente, quasi gli fosse stato ordinato, e gli uccelli tutti si posano sugli alberi a rendere omaggio ad Allah.

venerdì 28 gennaio 2011

stufo


sono stufo. di cosa? no, non di berlusconi. e neanche dei vari santoro floris gad lerner e di tutte le varie redazioni televisive o meno. non sono neanche stufo di fede e belpietro.

sono stufo di voi

quello che più mi nausea in questo momento storico indecoroso di questa italietta sono le frasi delle persone comuni. chi attacca berlusconi, chi lo difende. certo, per i secondi si prova anche lo sgomento, ma lo schifo è identico. ecco: i commenti sotto i video di youtube, nella community di virgilio, nei post sotto gli articoli dei giornali online. tutti che si azzuffano, insulti gratuiti, periodi che sembrano (dis)articolati da persone represse. quando c'è una diatriba ognuno è libero di pensarla come vuole in fondo e credo che sia il pensiero di "sinistra" che quello di "destra" siano egualmente (poco) validi, al di là di come la penso io. ma le argomentazioni no, quelle no. non sono tutte uguali ecchecazzo. non c'è niente da fare, questa classe dirigente politica di mediocri è lo specchio della gente.

sinceramente a me che uno vada a puttane non me ne frega niente. chi sono per giudicarlo? quanti uomini ricchi e non si permettono festini con fighe compiacenti? fatti loro e delle aspiranti veline. verrebbe da dire che se sono aspiranti assessori il discorso inizia a essere un po' diverso, ma tanto la raccomandazione nei posti pubblici c'è sempre stata, se hai la poltrona perchè "sei figlio amico parente di ..." oppure perchè "hai un bel paio di tette" non fa tutta questa gran differenza: è vergognoso uguale.

quello che mi preoccupa è LUI. mi preoccupa avere un presidente del consiglio che vive da onnipotente, che tratta qualsiasi cosa o persona come se fosse roba sua, che non tollera nessuna critica, che divide il paese fra quelli con lui e quelli contro di lui (e ovviamente tutti i problemi dell'italia sono causati da quelli contro di lui, i comunisti!).

a me, se devo essere sincero, fa anche un po' pena: pensate che punizione a 75 anni essere ancora schiavo delle pulsioni più basse, avere ancora tanta insicurezza addosso da dover affermare il proprio ego in qualunque occasione. stare lì la sera davanti alla tv a diventare paonazzi dalla rabbia per un commento qualsiasi, pronto a telefonare per urlare "ho ragione io!!!". una vita, un potenziale percorso, sprecato in modo miserabile. ha soldi per le prossime 30 generazioni, ha creato il primo partito politico italiano, è amico della chiesa, della mafia e dei piduisti e ancora non gli basta. è continuamente alla ricerca di qualcosa di più. sempre più soldi, sempre più potere, sempre più donne, sempre più giovani!

però LUI ormai è così. invece NOI possiamo essere diversi. sogno di arrivare a 75 anni e di non dover sentire più il bisogno di dimostrare niente, spero di poter guardare il bel culo di una ventenne con affetto bonario, ricordando i bei tempi di gioventù, e non con spasmodica brama da vecchio sporcaccione. spero di diventare saggio e quieto. ecco, credo che all'Italia un po' di saggezza e un po' di ... di??? quietezza? quietitudine? vabbè, un po' di tranquillità farebbero davvero bene.

anche perchè per molti le immagini che giungono da grecia albania egitto tunesia ecc sono sempre più allettanti...


giovedì 23 dicembre 2010

ec


il palazzo era noto a tutti nel borgo. si trovava in centro fra le vecchie mura e i paesani, quando vi passavano davanti, vi ci buttavano almeno un'occhiata fugace. no, non era certamente lo stile imperiale del palazzo dell'amministrazione, era pure lontano dal barocco ricco e civettuolo della dimora della famiglia più potente del paese e non era neanche il gotico slanciato e austero della chiesa. era semplicemente bello, di una semplicitàa forse rinascimentale, lineare, leggera, ma con un qualcosa di indefinibile che lo rendeva inevitabile, nel senso che non lo si poteva ignorare in nessun modo: nella percezione della piazza assumeva un certa evidenza, anche se inspiegabile a parole.

alte colonne squadrate in rilievo delineavano le geometrie della facciata slanciata e asciutta, con gli spigoli vivi delle rientranze in risalto, duri e compassionevoli contemporaneamente, con piccole nicchie ornamentali ricche di decori indecifrabili e vezzosi, forse di origine orientale, che regalavano armonia all'insieme. a osservare l'edificio ci si imbatteva in una ambigua attrazione, con le pietre intagliate che lo costituivano che sembravano giungere direttamente dalla profondità del tempo e che pur mute rivelavano un senso profondo dell'esistenza.

molti poi, nel corso degli anni, vi erano entrati. avevano percorso i lunghi e sensuali corridoi illuminati dalle alte finestre, erano entrati nelle stanze girovagando in un intricato sistema di spazi e porte, con vani ora pieni di luce ora avvolti dalla penombra. nessuno però riusciva bene a capire se effettivamente avesse visitato tutte le stanze, si aveva sempre l'impressione che ci fosse qualche altra porta da aprire, rimasta segreta nella precedente esplorazione. questo sprigionava nel visitatore una sensazione un po' snervante, a tratti irriverente, nonostante le atmosfere del palazzo rimanessero immerse in un equilibrio delicato e piacevole. si alternavano così stati di empatia a momenti di disagio, in un continuo gioco di specchi in cui sembrava che l'edificio stesso si nascondesse per celare agli occhi del visitatore di turno la sua reale essenza.

in fondo nessuno ne conosceva bene la storia. molti congetturavano un passato folle con proprietari lussuriosi, avidi di feste e vizi. altri si ricordavano invece di signori discreti e misericordiosi, che vivevano in armonia nella ricerca di Dio. era forse stato il rifugio di un ricco don giovanni dedito alla vita amorosa o forse era stata la casa di un solitario mercante che vi veniva a rilassarsi. in realtà non lo si sapeva con certezza. nulla trapelava da quelle stanze, dai saloni o dal giardino sul retro. la vita di chi vi aveva un tempo abitato era irrintracciabile. certo c'era una ricca biblioteca, un'ottima collezione di opere d'arte e una curata sala della musica. sicuramente chi l'aveva costruito e arredato aveva avuto molto buon gusto, una sensibilità fuori dalla norma e un alto livello culturale. ma chi era?
tutto lasciava trapelare non la comune decadenza di un passato ormai abbandonato ma un senso continuo di attesa, come se presto la vita sarebbe lì ricominciata da dove era stata interrotta per motivi ignoti. tutto appariva in sospensione come accade per le dimore di villeggiatura dove le stanze vengono chiuse in attesa della futura stagione di vacanza. qualcosa doveva essere successo, forse neanche irrimediabile, e sembrava si attendesse un nuovo evento a riportare la vita nell'edificio.

molti vi entravano di nascosto con l'intenzione di svelarne i segreti , molti immaginavano intimamente di farne la loro casa, ma in realtà nessuno poteva considerarlo neanche appena familiare. il palazzo, sornione, continuava indecifrabile ad ammaliare i viandanti con il suo fascino.

giovedì 9 dicembre 2010

treno


Alberto come tutte le mattine sale a Piossasco sul treno pendolare delle 7.15, direzione Porta Nuova, Torino. 25 minuti di viaggio più 10 minuti a passo svelto per arrivare in piazza San Carlo filiale 2 della Banca San Paolo. entra nel vagone e con un movimento involontario e ormai automatico la cerca. la nota in fondo, sulla destra. oggi, come deciso, si siede di fronte a lei. non sa come si chiama, ma sono ormai mesi che quasi tutte le mattine si ritrovano sullo stesso treno, sempre nello stesso vagone, il primo del convoglio, per poter scendere e uscire più velocemente una volta arrivati in stazione. una volta lui aveva provato a sorriderle, lei però abbassò gli occhi, come se non lo avesse notato.
Alberto si siede e incrocia lo sguardo rancoroso del suo vicino, un signore anziano tutto avvolto in una sciarpa pesante e che si tiene stretto al cappotto sporco, pieno di forfora. ha il viso paffuto ma solcato dalle inquietudini della vecchiaia, tiene in mano una busta gialla, simile a quelle postali ed è assorto in chissà quali maledette quanto in fondo inutili preoccupazioni. Alberto si chiede dove stia andando, certo non al lavoro. forse in ospedale o a una visita medica, si risponde con un po' di cinismo. nel sedile davanti, di fianco a lei, c'è un ragazzo giovane, faccia da stronzo, taglio di capelli da star del pop, occhiali spessi da intellettuale come si usa nella moda della stagione corrente, piercing vicino al labbro, jeans un po' cadenti e scarponi da ginnastica da negrone del bronx con i pantaloni infilati dentro, i lacci arancioni acido in evidenza. ascolta con l'i-pod bianco immaccolato un pezzo di elettronica, di "club music".
Alberto si ricorda della prima volta che andò, nel '92, ad un rave di techno-jungle, completamente fatto di mescalina, quando la musica elettronica era fondamentalmente una nicchia, una evasione dalla monotona vita notturna di Torino, erano gli anni delle prime feste europee in cui si sperimentavano nuovi generi, delle prime pasticche di ecstasy. una realtà molto lontana da oggi, pensa, che ha perso la spinta anticonformista, con dj strapagati, locali "in" che programmano a ripetizione gli ennesimi ospiti che propongono musica scialba, senza energia.
già, pensa, chissà dov'è finita l'energia di quegli anni. è finita forse insieme all'università di economia, è finita con il matrimonio con Elena e il successivo divorzio a distanza di pochi anni e dopo molti tentativi di avere un figlio. una volta, prima di sapere dell'aborto spontaneo, erano convinti di avercela quasi fatta. chissà, forse sarebbe stato diverso.
Alberto tira fuori il suo libro, Teorema di Pier Paolo Pasolini, ma mentre fra le pagine l'ospite arriva nella casa, nella realtà sbircia ossessivamente lei. stivaletti e pantaloni attillati le delineano le gambe sottili e proporzionate, un maglione semplice e aderente le modella i fianchi e il seno sotto la giacca aperta. è timida e sensuale, con gli occhi verdi accesi sul mondo, i capelli castani a caschetto e un po' di lentiggini a colorare i lineamenti del viso fini ed eleganti, che a volte lasciano trapelare un leggero imbarazzo nei confronti della vita. è immersa in un fascicolo fotocopiato, probabilmente qualcosa dell'università, è più giovane di lui, avrà 26, 27 anni. si starà laureando, o forse segue il dottorato. qualcosa di umanistico, sicuramente.

Chiara sale tutte le mattine a Rosta sul treno pendolare delle 7.05, sempre sulla carrozza subito dietro la motrice, così quando arriva alla stazione Porta Nuova è subito vicina all'uscita, pronta a prendere il bus che la porta dietro piazza Vittorio dove insegna lettere in un liceo privato, mentre cerca di finire la tesi di dottorando su una qualche ricerca di semiotica. si siede di fianco ad un ragazzino. in realtà ha pochi anni meno di lei, ma ai suoi occhi puzza ancora di adolescenza mentre Chiara ormai si sente donna. lo guarda di smiccio senza troppo interesse, soffermandosi a immaginare che, se fossero stati coetanei, fra loro due sarebbero comunque intercorse distanze interstellari. sembra il classico ragazzino un po' superficiale, pieno di amici, bello, atletico, che cerca sempre di fare il carino con le tipe. il tipo di ragazzo che lei non ha mai avuto, mai neanche voluto. anche se qualcuno così, sul genere, quand'era appena maggiorenne le ronzava in testa insistentemente, ma il suo interesse non era mai stato ricambiato...
poco dopo di lei arriva un vecchietto sciatto, che ormai sente solo più il male della vita, sboffonchia trafelato qualcosa, forse chiede il permesso di sedersi o forse impreca per il freddo. sembra uscito da un romanzo di Dickens. le fa una gran pena in fondo.
a Piossasco sale quel tizio, quello che passa il viaggio a far finta di leggere ma che in realtà la fissa in continuazione. e anche lei lo guarda, anche se lo fa in modo più discreto. la fa sentire un po' a disagio, anche se c'è qualcosa che l'attrae in lui. legge sempre libri interessanti, saggi o romanzi russi, ogni tanto un po' di letteratura classica italiana, Pirandello, Calvino... da tre quattro giorni ha in mano Pasolini. però, ecco, non ha un'aspetto serio, intellettuale, anzi. è sempre vestito preciso di tutto punto, con giacca cravatta 24 ore tipo manager o quella roba lì. a guardarlo in faccia poi sembre tutto tranne che un colletto bianco, è bizzarro, forse anche dolce.

Alberto la fissa mentre lei si concentra sulle pagine del fascicolo che ha in grembo. se la farebbe lì, se potesse. o no. anzi proprio no. ha subito un rigetto verso il suo stesso pensiero. ora si immagina invece di fare una passeggiata con lei, di sentirla raccontarsi, di cucinare e mangiare insieme tranquilli, con un buon vino rosso, nebbiolo. e dopo, a quel punto sì, di fare l'amore.
vorrebbe attaccare bottone, chiederle cosa stia leggendo, ma non ci riesce. è come pietrificato sul sedile, assediato dagli sguardi indiscreti degli scialbi passeggieri attorno. ci fosse il treno vuoto... è a disagio, si sente stupido, sa che se aprirà bocca sicuramente balbetterà qualcosa di scontato, banale. e forse perde il suo tempo a fantasticare, lei avrà già sicuramente una vita fatta e finita. Alberto riabbassa lo sguardo su Teorema.

Chiara si irrigidisce appena si accorge di essere osservata. vorrebbe alzare di scatto lo sguardo e puntarglielo dritto in faccia, ma non si osa. è la quinta volta che legge lo stesso paragrafo e ancora non ha capito cosa c'è scritto. e continua a leggerlo, come se fosse un rifugio, un luogo caldo e protettivo. cosa vuole questo qui? gioca nervosamente con la penna, schiaccia il pulsante compulsivamente per far uscire la punta a ripetizione. click click click... si crea in lei una sensazione di attesa, come se aspettasse un'importante risposta ad una domanda che non ha mai fatto. è una sensazione che si prolunga, placida, dispettosa. nella sua mente si delineano fantasie, ricordi e desideri che si mescolano promiscuamente. basta, Chiara vuole porre fine a questa estenuante incomunicabilità. Ma cosa c'è da dire in fondo? devono forse chiarirsi qualcosa? sta ancora fissando il fascicolo, un qualche processo del cervello legge automaticamente in background le parole ma nessuna intelligenza gli presta attenzione.

Chiara infine alza gli occhi, degli occhi che non ha mai avuto così, decisi come un evento ormai inevitabile, per guardarlo, sorridergli, per dare un segno. in quel preciso istante, anzi, un micro istante prima, Alberto si immerge di nuovo nelle rivelatrici vicende della casa borghese di Pasolini.

venerdì 19 novembre 2010

cucina


della sua infanzia in fondo era ciò che ricordava più chiaramente. altri ricordi erano offuscati dagli anni, si perdevano ora nella sua testa in torbide immagini avvolte da riverberi di luce tenue, come quando si guarda un vecchio filmino girato con le prime telecamere digitali, sempre con le immagini sfocate e buie.
ma anche adesso il pavimento della cucina di quand'era bambino era lì davanti ai suoi occhi, nitido, con il marmo tipico dell'italia anni '70, costellato dagli spaccati delle pietre multicolori. carlo rimaneva nella stanza mentre sua madre sfaccendava ascoltando la radio. la casa non era grande e lui se ne stava lì seduto al tavolo, con le gambette che appena sfioravano per terra, appollaiato sulla sedia mentre provava svogliatamente a fare i compiti delle scuole elementari, costantemente timoroso di essere sgridato per qualche inadempienza.
sempre e in continuazione fissava il pavimento. come per evadere da quella cucina, schiantata dalla luce bianca del lampadario sopra il tavolo, con i mobili bianchi e i pomelli color legno e l'odore di sugo e soffritto che si era ormai impregnato nelle pareti.
conosceva ogni piccolo dettaglio del pavimento intorno al suo posto, attraversava con la fantasia i disegni immaginari suggeriti dalle venature e dalle pietre colorate. era una distesa di animali esotici, di personaggi caricaturali, di congegni che potevano funzionare solo nella sua testa e chissà poi a cosa potevano servire... si chiedeva se solo lui vedesse tutte quelle storie e avventure, si chiedeva se per sua madre e per il resto della famiglia quello non fosse nient'altro che un semplice pavimento di una cucina e fosse lui l'unico, bambino, a perdersi in quegli anfratti nascosti.
ogni volta che veniva sgridato, ogni volta che assisteva ad un litigio, ogni volta che sua madre era silenziosa e cupa, lui si rifuggiava nelle piastrelle in compagnia del pappagallo e della ruspa.
carlo si accorse che era quello l'unico ricordo continuo della sua infanzia, l'unico che emergesse spontaneamente.

si fermò a riflettere.

provò a scorrere nella sua memoria, come fosse uno scroll di dati e file.
poi si ricordò anche delle serate, rare, di allegria, in cui si rideva a crepapelle prendendosi in giro in famiglia e lui si rotolava letteralmente sul pavimento mentre quasi piangeva e soffocava dal ridere. erano serate afose di agosti torinesi, il giorno dopo non c'era scuola, si mangiava tardi e si giocava a pinnacola.
ma si dovette fermare e concentrare per far riemergere quei momenti

martedì 26 ottobre 2010

vorrei


lunedì mattina, per me giorno libero, mi alzo con pigrizia, doccia, caffè, relax. esco per le commissioni di routine e passando di sfuggita nell'ingresso dell'urban (il fantastico condominio delle mentine polo già citato) la vedo. le mie membra si pietrificano timorose. sono giorni che l'ignoravo, ma a questo punto mi tocca. lentamente mi avvicino alla buca delle lettere, mi chino un po', alzo con il dito la paratia di metallo a molla e guardo dentro.

cazzo, lo sapevo.
raccomandata.

eh sì, nel 2010, era del web 2.0 chi ti può scrivere qualcosa per posta? esclusa la pubblicità solo qualcuno che vuole qualcosa da te: enti vari per le bollette, questura o vigili per le multe se non per comunicazioni peggiori...
vabbè, l'aspettavo, lo sapevo. poco male mi dico.

Ma a guardarla bene non è la solita raccomandata della posta. NO! è di defendini. in preda all'isteria della privatizzazione e degli appalti per esternalizzare qualsiasi costo il comune ha assegnato la gestione delle comunicazioni ad un'agenzia privata. avevo 5 giorni per andare a ritirarla presso la loro sede che ovviamente non è come la posta di zona a 2 passi da casa mia ma si trova a San Salvario. noto che per me non è troppo lontano, ma se abitassi dall'altro capo della città dovrei perdere 2 ore per ritirarla. ma tanto, causa il mio assenteismo spregiudicato nel compito di visionare la buca delle lettere ormai i 5 giorni sono passati. mi arriverà un'altra segnalazione a breve.

ok, aspetterò impaziente.

lunedì successivo stessa scena. ma questa volta la raccomandata è della posta. vado all'ufficio postale, attendo diligentemente il mio turno e con il foglietto della raccomandata ritiro un altro fantastico foglietto che mi permetterà di ritirare la mia agognata multa in via bellezia, tutti i giorni dalle 8 alle 12. che gioia. via bellezia si trova in pieno centro storico, in mezzo alla ZTL (un perimetro in cui è vietato circolare dalle 7 alle 10.30 del mattino) e in piena zona pedonale.

vorrei fare i miei complimenti a qualcuno per questa incredibile stronzata, non so a chi, purtroppo. ci vuole credo una laurea in burocrazia per far fare tutto questo iter ad una semplice multa, ma ci vuole un vero cervello diabolico per far ritirare tutte le comunicazioni comunali in giacenza in un unico ufficio per una città da un milione di abitanti e per questa funzione fra le decine di stabili comunali sceglierne uno in centro, dentro la ZTL e al centro della più ampia isola pedonale della città

temo anche che se chiedessi informazioni ai vari sportelli di qual'è l'ufficio competente per questa scelta lungimirante nessuno saprebbe darmi una risposta certa...

venerdì 15 ottobre 2010

ivan


eccolo, il mio eroe. quest'uomo, ammettiamolo, è un grande. almeno è un grande comunicatore. innanzitutto devo essergli riconoscente perchè grazie a lui giornalisti, opinionisti e commentatori da bar qualsiasi hanno snocciolato perle di rara stupidità - del tipo: "è una vergogna che i tifosi serbi non siano stati perquisiti!" con relativo tono indignato - il nostro protagonista, da solo, ha tenuto in scacco uno stadio intero, quel testadicazzo di maroni, il servizio di sicurezza, la polizia, l'uefa, i giornalisti, gli sponsor, le televisioni, le pubblicità e milioni di italiani attaccati alla tivvù. ma cos'ha fatto per meritare tutta questa attenzione?

praticamente niente

dai, non rimanete così sconcertati. facciamo attenzione:
abbiamo visto ivan il terribile compiere azioni violente? no
abbiamo visto ivan il terribile armato? no
abbiamo visto ivan il terribile invadere il campo? no
abbiamo visto ivan il terribile lanciare oggetti contundenti? no
abbiamo visto ivan il terribile picchiare qualcuno? no

al massimo ha bruciato una bandiera. infatti fra i capi d'accusa a cui dovrà rispondere non figura nessun reato per violenza a persone e se guardiamo bene anche i danni a cose sono minimi.

ivan, ignorante come una capra e con il suo fisico da scimmione, si è semplicemente arrampicato sulla parete di vetro e con un paio di tronchesine minuscole ha tagliato la rete di tela posta a protezione. poi si è seduto e ha iniziato lo show. ha posato per le foto, ha mandato affanculo tutto e tutti, ha aizzato i suoi connazionali patrioti (tutti intellettuali serbi...), ha urlato e fatto uh uh uh... abbigliamento paramilitare, magliettona con il teschio, tutto tatuato ma con il volto coperto da un elegante passamontagna, vera chicca stilistica, indossato non per anonimato ma per la scena.

fantastico

la rappresentazione stessa dell'ultras-guerrigliero-estremista perfettamente stereotipata, pronta per il servizio giornalistico, per le tv, per i bar. tutto show, proprio come lo voglioni i telespettatori. ivan, almeno davanti alle telecamere non ha compiuto in fondo violenza, l'ha "solo" rappresentata con uno stile, ammettiamolo, encomiabile. lasciando il lavoro sporco ai suoi seguaci. e così, mentre l'elegante addetto dell'uefa discuteva con qualche pezzo grosso con il suo iphone a centrocampo i serbi davano mirabili esempi di ogni forma di ostilità in diretta tv.

che animali questi serbi. ma che cazzo vogliono. sta gente da dove viene. dovrebbero rinchiuderli come le bestie. spero proprio che la polizia gliele dia per bene. per quelli lì il carcere mai eh! siamo il soliti garantisti. eccheccazzo io voglio vedermi la partita in tv. ero pronto, già mi pregustavo la moviola, i commenti. e poi dai, allo stadio è pieno di bambini, bell'esempio! proprio non sanno cosa vuol dire essere civili, dove andremo a finire....






mercoledì 6 ottobre 2010

gelatina


estate 2006, sardegna. E era lì per qualche giorno di mare, indeciso sulle vacanze era arrivato in costa smeralda con l'idea di farsi ospitare a turno da vari amici che trascorrevano lì l'estate. il periodo zen era ancora nascosto nel futuro e E si godeva, inconsapevole, quelli che sarebbero stati gli ultimi tumulti della sua irruenza giovanile. fu in realtà una vacanza separata, abbastanza lontana dalla frequentazione mondana dei locali e dalla vita che caratterizza quel tratto di costa. serate passate a chiaccherare con gli amici vecchi e nuovi, serate in spiaggia o semplicemente in giardino a grigliare pesce. giornate al mare, a nuotare nelle calette, a guidare per le stradine una vecchia citroen mehari...

gli ultimi due giorni li passò da A, anche lei inconsapevole dei cambiamenti che presto l'avrebbero travolta. era lì con il suo ragazzo e la compagnia di amici. presto l'avrebbe scaricato, si sarebbe trasferita a roma e si sarebbe sposata con L, conosciuto proprio lì, sulle spiagge. ma al momento A stava ancora pensando ai costumi billabong e alle magliette carhartt, ad andare in tavola d'inverno e a provare il surf d'estate. E li raggiunse in spiaggia, con amici e amiche comuni, tutti di torino, tutti ospiti da A.

Verso il tardo pomeriggio, quando il sole smise di essere incandescente, E tirò fuori dal portafoglio una piccola gelatina quadrata, sottile come un francobollo e circa di 2 mm di lato, e senza farsi notare se ne mise in bocca metà. subito questa si sciolse. aspettò circa 40 minuti, giusto per vedere come il suo organismo reagiva, poi prese anche il rimanente. sapeva che in pieno pomeriggio sotto il sole a picco non sarebbe stato un buon momento, ma ora, con il vento leggero, il mare davanti, l'aria tiepida e soprattutto un tramonto che non si sarebbe fatto aspettare, la situazione sembrava ideale. E non aveva mai preso un acido, anche se aveva una discreta esperienza di sostanze psicotrope. c'era stata anche qualche serata ludica a fare il cazzone condita di eccitanti di diversa natura, ma era più interessato all'esperienza dentro il sè, al mutamento della realtà e della propria coscienza: ogni tanto si recava sulla collina torinese o in montagna a fare lunghe dissertazioni con i funghi, le piante del potere come le chiamava castaneda (e proprio come castaneda ne scoprì poi molto più avanti l'inutilità effettiva...)

iniziò a sentire la sabbia sotto di sè. iniziò a rotolarsi fra le piccole dune della spiaggia. infilava le braccia, arrotava le gambe, ora prono ora supino. era una sensazione nuova, confortevole, avvertiva ogni singolo granello tiepido al contatto con la sua pelle che si era fatta ora più intensa. guardò il cielo e si perse fra le nuvole e le loro spirali auree, continuamente i lembi vaporosi si attorcigliavano vorticosamente, si disperdevano e si ricomponevano davanti a lui intersecandosi con il blu del cielo. aveva la consapevolezza che stava osservando giochi sensoriali del suo cervello, ma pensò che in effetti le nuvole non avevano confini netti e definiti come le immaginiamo sempre, ma che sono ambigui e continuamente in interscambio con l'atmosfera: sono in perenne mutamento.
ormai si sentiva a suo agio nella nuova condizione ed emerse un violento moto sessuale. strano, diverso dai desideri che provava normalmente, lontano dai canoni estetici da cui era solitamente attratto. desiderava ora una ragazza robusta, dalle gambe forti e tozze, come una massaia di campagna. non favoleggiava di curve suadenti e sorrisi maliziosi, ambiva ora ad una fisicità concreta, priva di erotismo ma in qualche modo più vera. sorrise a questi pensieri, immaginandosi a corteggiare una contadina fra i campi di grano... si alzò e si immerse nel mare per rinfrescare i bollori del corpo e delle fantasie, attento a non allontanarsi troppo dalla riva. rimase a gozzovigliare sul bagno asciuga mentre il blu nel cielo lentamente perdeva d'intensità per farsi sopraffare da delicati bagliori rosa, via via sempre più vivi, fino al fiammeggiare rossastro del tramonto.

attraversò con gli amici la rada, indomita e indifferente vegetazione dietro la spiaggia, poi si diressero tutti verso casa dove E fece una doccia in giardino e si distese nel prato pieno di fiori avvolto dall'asciugamano. l'acido saliva e scendeva con lunghi cicli, a tratti era leggero, ora gli martellava ansiosamente le tempie. era fuori dal mondo.

arrivò il momento della cena, E con una scusa evitò di sedersi a tavola, si coricò su una sdraio e mangiucchiò dei fichi. in realtà non gli erano mai piaciuti, ma ora quella polpa intensa, rossiccia e lussureggiante lo attraeva. da quella posizione, come se fosse invisibile, quietamente osservò la comitiva che desinava sotto il porticato, aspettando pazientemente il lento ritorno alla lucidità.

lunedì 4 ottobre 2010

grigio

foto per gentile concessione di enrica

chi vive a torino lo sa. ci sono quelle giornate in cui si entra in intimità con le vie, le strade, la pioggia. molti identificano questa sensazione con un colore: grigio torino. è un espressione usata frequentemente qui. la toscana ha regalato a generazioni di pittori infinite varietà di colori ocra, varietà della terra identificata con i luoghi. torino non è la toscana. è la città della fiat, dei quartieri operai, di juvarra e del po. qui il colore peculiare è il grigio del cielo immobile imprigionato dalle alpi, un grigio piovoso, lento. no, la città non è più quella sensuale di fine estate, non si lascia guardare ammiccando, non ti seduce. è indifferente, malinconica, meccanica. la luce piatta si è fatta ora cupa, scura, eppur arricchisce i contrasti, sembra immersa in un perenne imbrunire serale, come se fosse indipendente dallo scorrere abituale del tempo della giornata.
e potrei girare per ore in macchina, a guidare nel traffico che sotto la pioggia diventa sempre caotico, impacciato. attraversare i lunghi viali asserragliati fra i grandi alberi che ostentano il loro ultimo verde, anche se ormai cupo, prima di lasciare spazio alle impressionistiche sfumature autunnali che sfoceranno presto in un difficile equilibrio fra il giallo e il rosso e il viola e l'arancione, in bilico fra l'estate passata e il prossimo inverno spoglio. guidare lungo le arterie cittadine, lasciando scorrere sui finestrini gli ampi isolati residenziali frutto delle speculazioni degli anni 70. mirafiori, san paolo, cit turin, per percorrere poi tutta via reis romolis, circondata dagli ultimi capannoni industriali rimasti dentro i confini comunali, giungere poi alla falchera e tornare indietro attraverso barriera di milano, il lungo dora, porta palazzo. passeggiare a piedi per le vie del centro, sotto i portici, sbucando poi nelle piazze scenografiche a godere della pioggia insistente, leggera e sottile.

nelle giornate grigio torino il centro storico smette di essere architettura, diventa solo lo sfondo per il lato urbano della città. i lampioni, i semafori luminescenti, le ragnatele intessute dai cavi d'acciaio della rete elettrica e tramviaria, la segnaletica, le luci delle automobili, le insegne dei bar e dei negozi, le pensiline delle fermate dei trasporti pubblici... questi elementi, solitamente impalpabili, marginali, assumono ora i ruoli di protagonisti dell'immagine della città. non più la collina, il fiume, il barocco discreto e le alpi stagliate sullo sfondo. nelle giornate grigio torino la città si perde nei suoi anfratti, nei sampietrini bagnati uniformemente, nelle code delle punto sul cavalcavia sopra la ferrovia.

domenica 3 ottobre 2010

metafilm



ecco, passare la domenica pomeriggio chiuso in casa ha i suoi vantaggi. tipo poter vedere con calma l'ennesimo film di tarkovsky. visto stalker a fine agosto è iniziata la saga e fino a quando non li vedrò tutti non mi darò pace.
ho scelto nostalghia. apro la confezione, metto il dvd nel pc e inizio la visione. c'è qualcosa che mi sfugge, doveva essere il viaggio di uno scrittore in italia invece qua il tipo è un regista. mmh. sì, è vero, non sono lucido, però qualcosa non mi torna. praticamente sembra un film che racconta la storia del film che si dovrebbe girare. un metafilm. un loop retroattivo si annoda nel mio cervello. un metafilm che parla di se stesso e del cinema dell'autore.

ok, ecco, nella confezione c'erano DUE DVD, SOLO CHE NON L'AVEVANO SCRITTO DA NESSUNA PARTE, mi sono visto Tempo di Viaggio invece di nostalghia...

venerdì 1 ottobre 2010

ATTENTATO!



salvo per un pelo. che culo. un bell'uomo come lui, integro, mai domo, mai chino... sono proprio le personalità carismatiche come Belpietro che danno fastidio. e così hanno attentato alla sua vita. bastardi. insurrezionalisti. TERRORISTI. eccolo, il terrorismo, eccoli, i fanatici! un uomo, un assassino, travestito da finanziere! ma a Belpietro mica la si fa eh! fortuna che il suo agente di scorta anzichè salire con lui in ascensore questa volta ha preso le scale sorprendendo l'invasato attentatore sul pianerottolo. quest'ultimo ha estratto la pistola per sparargli in testa, ma... si è inceppata. ovvio. quindi il killer ha superato abilmente il poliziotto giù per le scale ed è scappato. l'uomo della scorta però è un osso duro, lo ha seguito e ha sparato 3 colpi di pistola. manco di striscio l'ha preso. cazzo, sei uno sbirro, spari a pochi metri 3 colpi, e manco una gamba, un braccio, che so, un ciuffo di capelli... poi l'attentatore, nonostante la frenetica caccia all'uomo, è riescito a dileguarsi...
ecco, il fatto è che non ci credo, e credo che siano in pochi a crederci. poi magari invece non è l'ennesima messa in scena di questo stato di burattinai ma è successo realmente. saltando a piè pari le motivazioni e il giudizio morale di un gesto simile, mi soffermo sul perchè nessuno o pochi credano a questa stronzata pazzesca che potrebbe essere però verosimile: sarà mica per le bugie che ci raccontano da 40 anni?

pasolini p2 p3 ... pn pn+1 mattei de mauro cossiga nar spampinato andreotti impastato moro pecorelli dalla chiesa pinelli berlusconi calabresi calvi mafia fioravanti ambrosoli tedoldi ior gari boemio totaro marcinkus naldini nutarelli alpi falcone borsellino bove strategia della tensione telecom cia kissinger abu omar terrorismo televisioni servizi deviati piero bruno stefano recchioni gelli pazienza costanzo e ancora e ancora e ancora e chissà per quanto tempo ancora...

mercoledì 29 settembre 2010

Mirror

lunedì 20 settembre 2010

bello


in mezzo al bello ci si sente bene.
certo, bella scoperta.
però come ogni faccenda banale e scontata anche questa presenta diversi gradi di consapevolezza - un po' come quando si legge il vangelo che dice che bisogna essere buoni e giusti. ma certo che bisogna essere buoni e giusti, c'è mica bisogno di dirlo no? e poi, scusate, ma cos'è il bello? nel secolo del relativismo e del consumismo chi può ormai parlare del bello? Sgarbi? Celentano? un tipo che conosco, ma che conosco proprio bene, considera la bellezza, tanta o poca che sia, come una proprietà intrinseca di ogni fenomeno o cosa, in particolare la bellezza, secondo lui, è proporzionale al grado di organizzazione di una struttura complessa, in pratica all'aumentare della bellezza dimininuisce l'entropia dell'universo con conseguente estinzione dello stesso... come dire: bello da morire - dunque dicevamo del bello. qualche settimana fa i miei occhi si posavano delicatamente su costiere accrocchiate fra distese di limoni intenti ad osservare il blu sconfinato del mare, mi sono poi immerso in boschi silenziosi e bui che erano rischiarati solo dal baluginare sottile di una nuvola tenue di luce che cadeva nientepopòdimenoche dalla ormai quasi mai visibile (per me) via lattea, ho camminato in vicoli di ciottoli antichi attorniati da borgate i cui blocchi di pietra trasudano storia e poesia...
ecco, stranamente la mia testa in quei giorni era tutto un fiorire di fantasie, di racconti metaforici ricchi di vocaboli subliminali, di idee astratte che prendevano forma in personaggi mai immaginati.
poi sono tornato a torino, alla routine, all'immancabile tangenziale (che però a dire il vero regala tramonti supremi) e alle solite cose. e l'unica roba che ho scritto è stato di una cagata...

mercoledì 8 settembre 2010

corsa


il solito incosciente che corre in moto, tiè, eccolo lì, ma se guida così non dura tanto... passa con il rosso, supera a destra, se ne sta lì tutto rannicchiato manco fosse alla moto, lì... come si chiama, la moto Gippì... vabbè ma non giudicare così, pensa, magari ha i suoi motivi per andare così veloce, magari è capitato qualcosa! ma figurati, quello è un pirla, prima ci ha pure tagliato la strada, e poi hai visto che occhi allucinati?? cosa gli sarà mai successo?? sarà strafatto di chissà cosa... che so', magari invece è andato a fare un aperitivo con una sua amica e lei era lì con tutte le colleghe gnocche dell'ufficio che non aveva mai visto prima, e mentre faceva il carino e il simpatico lo stomaco ha cominciato a tormentarlo con spasmi da intossicazione da chiosco messicano: faceva le foto sorridendo con un cappellino buffo, ricordo di qualche viaggio esotico di qualche fanciulla vezzosa presente, ma in realtà sentiva botti e tumulti da guerriglia urbana nell'intestino e doveva concentrarsi al massimo per non compromettere irrimediabilmente la situazione, ovviamente mantenendo sempre il volto disteso e disinvolto... poi ha sì avvertito una leggera distensione ma il pirla, come l'hai chiamato tu, ha ordinato da bere una bella birra ghiacciata e le sommosse interne sono ricominciate in crescendo finchè giunto ad un culmine insostenibile di dolori lancillanti allo stomaco, con una scusa di comiato, si è precipitato verso casa tu dici? ed è per quello che aveva tanta fretta e se ne stava tutto piegato in avanti sulla moto?? sì, forse, potrebbe essere ma va' là, va...

mercoledì 25 agosto 2010

stalker

martedì 24 agosto 2010

denso

è una dolce sensazione, come un soffice abbraccio, caldo, umido.
torino a fine agosto ti accoglie lenta, emersa da una lunga dormiveglia, avvolta da un'afa densa, pesante, affascinante. è una vecchia donna in carne, sudata ma ancora sensuale, che ti osserva con lo sguardo di chi sa che tanto tornerai ancora e ancora da lei per farti nuovamente sedurre.
e giaci lì, in riva al fiume che si svela torbido, perfettamente calmo e silenzioso, con intorno il verde dei prati rinvigorito dai temporali estivi e dall'assenza, finalmente, di scalpiccio, immerso in una città consumata da una luce piatta, attenuata dal cielo grigio che la riflette uniforme.
e ti guardi tutt'attorno, osservando ogni minuto particolare con lo sguardo assente, come se il momento fosse destinato ad allungarsi fino alla fine di settembre, e la giornata scorre sempre uguale, immobile come il corso d'acqua davanti. ti assorbi nelle tue meditazioni, i pensieri attraversano gli spazi davanti, passano davanti ai tuoi occhi come parte del paesaggio stesso, e vorresti abbandonarti ancor di più, passare così giornate intere, pomeriggi intensi.
davanti hai un libro, racconta di vicessitudini lontane, storie umane sullo sfondo di Haifa. ma torino, a fine agosto, è magnetica e ti sradica dalle pagine lentamente, così, solo per farsi guardare un po'.

venerdì 30 luglio 2010

teufelea


avevamo poco più di 20 anni. eravamo come sempre ubriachi, ad un incrocio vedemmo un telo bianco calare mestamente su un corpo inanime. ne parlammo brevemente e animatamente.
forse non ti ricordi neanche di quell'aneddoto, ma la piazza della fiamma perenne di teufelea con i suoi sventurati relegati nell'indifferenza dei passanti mi ha fatto riaffiorare quel momento.

teufelea e le sue storie. le tue storie. i tuoi temi. una città avvolta dalla notte perenne dell'individualismo, del proprio piccolo vantaggio, dell'incomunicabilità, delle relazioni fatue e diffidenti, delle pulsioni ludiche mirate ad un lussurioso egocentrismo. ricca di fanciulle vezzose, spesso invaghite dei personaggi carismatici e vissuti che la popolano eppur senza una reale funzione nelle loro vite, sempre pronte ad assecondarli senza una propria personalità. un inferno allucinato da sostanze psicotrope avulso da ogni senso di responsabilità o comunità, con alla base il rispetto individuale come unica linea di demarcazione con il caos. un mondo ricco di personaggi caricaturali e grotteschi, parenti stretti degli esseri deformi che popolano i film di jodorowsky in cui dominano le situazioni paradossali di potere e del suo abuso, come a Salò e le sue 120 giornate. un mondo onirico, alla fine non tanto diverso da quello intorno a noi.

fa effetto leggere il libro di un amico, si legge fra le righe quello che è impossibile leggere fra le righe degli altri libri.

karma


non che avessi dei dubbi, ma ieri sera ho avuto l'ennesima conferma: il karma esiste, lo creiamo noi con le nostre scelte e pulsioni. no, dai, l'aneddoto è sciocco e noiso, ma mi ha fatto sorridere.
tutto ci ritorna indietro e a volte la ruota fa il suo giro in una manciata di ore...

venerdì 16 luglio 2010

segni


ecco, quando si è ragazzini in fondo si è puri. certo, c'è un bagaglio dettato dalle esperienze familiari, degli amici della scuola, a volte ci sono anche situazioni non facili. ma in fondo fino a 15 anni la coscienza di se stessi, lo sviluppo della propria personalità e della propria visione emergente sono appena iniziati.

con il tempo la vita inizia a porci delle scelte, dei passaggi iniziatici. cominciamo ad entrare nel fantastico mondo delle relazioni umane e sentimentali, scegliamo effettivamente il tipo di persone che vogliamo avere accanto durante il viaggio, scegliamo, più o meno consapevolmente, chi essere.
però iniziamo anche a soffrire, apprendiamo come la vita ti scaraventi in alti apici e poi di botto ti incolli il culo per terra.
e tutto diventa più difficile.
perchè le sofferenze fanno maturare ma lasciano dei segni indelebili, anche solo nel nostro inconscio. iniziano i confronti con il passato, nascono le aspettative per un futuro che sulla soglia dei 30 ormai è in itinere e non appare più una terra lontana da raggiungere quanto una terra da esplorare ora.

soprattutto i rapporti sentimentali non sono più scritti all'inizio di una pagina bianca, ma le nuove storie iniziano dopo molti capitoli, pieni di strafalcioni e correzioni. e anche se non si dovrebbe si fanno paragoni, si prova ad aggiustare il tiro, a capire dove si è sbagliato. ed ecco che si prova ad entrare in autoanalisi, a capire il motivo dei propri modi di porsi, ci si domanda il perchè di tante situazioni che, ormai è chiaro, sono recidive.

'somma un casino, cazzo quando iniziano le ferie?

martedì 6 luglio 2010

tarrocchi


il nuovo proposito è di imparare a leggere i tarocchi. secondo il metodo di Jodorowsky. Il caro Jodo fra libri, film e fumetti mi ha già regalato diverse perle che hanno costellato il cambiamento di paradigma che si è abbattuto sulla mia povera e limitata coscienza negli ultimi anni. ora incuriosito dal suo approccio distante dai valori esoterici e più vicino agli archetipi junghiani ho iniziato a leggere un libro introduttivo: gli arcani maggiori hanno una simbologia che affonda le proprie radici in quel patrimonio comune alle culture precattoliche ma la cui genesi rimane ignota. come i miti, le carte dei tarocchi rappresentano l'inconscio collettivo, non riconducibile ad un'origine nota e uniforme ma che serve a delineare (ed esorcizzare) le paure e i drammi della vita umana che vengono tramandati di generazione in generazione. sono i sogni dei popoli. le contaminazioni con gli elementi e la mitologia, le allusioni religiose ed esoteriche, le simmetrie con la cabala e con alcuni tratti del misticismo orientale rendono i tarocchi affascinanti e inafferabili.

l'entusiasmo iniziale è stato affievolito dalla complessità della materia e dalla difficoltà di apprendere un'arte irrazionale e che non può essere trasmessa tramite un metodo analitico ma esclusivamente esperienziale. ma in fondo non può essere peggio del tantra e del resto fretta non ne ho.